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RELAZIONI
- Le interviste di LimpidaMente
Alcune domande a GAIA GRECO
(19 settembre 2025)
Gaia
Greco è nata e cresciuta ad Ischia, da padre divulgatore scientifico
e madre ricercatrice. Laureata in scienze biomediche, lavora in un’agenzia
di comunicazioni mediche a Londra. Già a sei anni scriveva i primi (molto
brevi) racconti. A dodici anni ha realizzato il suo primo cortometraggio
in stop-motion e ancora oggi pratica come videomaker per hobby. A diciassette
anni ha scritto il suo primo romanzo, "Lontani
tutti", edito da Di Renzo Editore nel 2021. A gennaio 2020
ha debuttato come regista e sceneggiatrice presso l'Etcetera Theatre
di Londra, per poi partecipare, sempre con testi inediti, al New Writing
Festival della UCL Drama Society e all’ACT II Festival. Ad Agosto 2025
ho pubblicato il suo secondo romanzo, "Rose
di sale", al quale è dedicata questa intervista.
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GAIA GRECO
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Domanda:
Il romanzo "Rose di sale" tratta tematiche molto profonde e attuali.
Può spiegare brevemente quali sono, per chi non ha ancora letto il libro?
Risposta: «"Rose di Sale"
è la storia di Ezra, ma anche di tanti ragazzi come lui, e come me.
È un romanzo che affronta temi profondi e attuali: la salute mentale,
la ricerca della propria identità, l’amore e l’amicizia. Non è una lettura
semplice: tocca argomenti delicati che possono risultare difficili o
dolorosi. Per questo voglio essere trasparente fin da subito: nel libro
ci sono riferimenti al suicidio, all’autolesionismo e alla violenza
sessuale. So che non è una storia per tutti, ma credo fermamente che
questi temi vadano raccontati. Perché restare in silenzio non significa
proteggerci: significa solo lasciare che certe esperienze restino invisibili.
"Rose di Sale" vuole invece dare voce a chi, almeno una volta,
si è sentito solo in quella fragilità».
Come è nato questo romanzo? È stato ispirato da fatti e personaggi
reali o è frutto di una sua elaborazione puramente letteraria?
«"Rose di Sale" nasce dall’urgenza di dare voce a un mondo che
negli anni ho imparato a conoscere in profondità. Molti dei tratti e
delle esperienze di Ezra prendono spunto da ciò che ho vissuto in prima
persona. Accanto a questi, ci sono riferimenti più leggeri e affettuosi:
Ferrari, l’amico italiano chiamato sempre e solo per cognome, è ispirato
al mio amico Manzi; la passione di Jamie per il teatro riflette invece
il mio stesso amore per questa forma d’arte. Come già accadeva nel mio
primo libro, "Lontani tutti", anche in "Rose di Sale"
ogni vicenda e ogni personaggio custodiscono qualcosa di me e della
mia vita. Allo stesso tempo, però, la fantasia interviene a intrecciare
e trasformare queste suggestioni, dando al romanzo una dimensione narrativa
che possa coinvolgere e sorprendere il lettore».
Colpiscono molto le vicende umane ed emotive del giovane protagonista.
Oltre a quanto ha già scritto nel romanzo, cosa aggiungerebbe per descrivere
il suo mondo interiore?
«In "Rose di Sale" accompagniamo da vicino Ezra: le sue paure,
le insicurezze, gli amori, i pensieri che spesso assomigliano a un mare
in tempesta. Forse ciò che rimane più in ombra nel romanzo è la sua
dimensione familiare: il rapporto con i genitori, con le sorelle, e
l’esperienza scolastica prima dell’università. Tutti aspetti che inevitabilmente
incidono sulla salute mentale di un ragazzo e contribuiscono a definirne
il mondo interiore. Un altro tema centrale è la scoperta della sessualità,
raccontata attraverso lo sguardo dell’amore e della passione che Ezra
prova per Luca. Ciò che resta più implicito, invece, sono i dubbi, la
vergogna e la fragilità che spesso accompagnano un percorso così intimo
e delicato. Credo che proprio in queste crepe, in queste zone di silenzio,
risieda una parte fondamentale del suo mondo interiore: uno spazio lasciato
sospeso, che il lettore può riempire con le proprie esperienze e le
proprie emozioni, trovandovi così un riflesso personale».
Le difficoltà di Ezra dovute alla depressione riguardano sia le relazioni
umane sia la sensazione di non sentirsi parte della società in cui vive.
Quali sono i motivi profondi di questi disagi?
«L’origine della depressione di Ezra è uno dei nodi centrali del romanzo,
una domanda che inevitabilmente il lettore si pone. Ho scelto consapevolmente
di non dare una risposta precisa, perché è proprio questa mancanza di
spiegazioni a dare forza alla narrazione. È una domanda che desidero
rivolgere al lettore: perché un ragazzo che all’apparenza ha tutto crolla
in un baratro così oscuro? E perché, a volte, capita anche a noi di
sentirci in questo modo? La depressione è una condizione complessa,
con mille volti e infinite possibili cause. Ma forse, quando ci troviamo
accanto a chi ne soffre, non è sempre necessario individuarne l’origine:
ciò che conta davvero è la capacità di riconoscerla, accoglierla e offrire
sostegno».
Al di là della storia da lei raccontata in questo libro, qual è la
sua opinione sul disagio di tanti giovani nella società attuale? Da
cosa è provocato, secondo il suo punto di vista?
«Al di là della storia raccontata in questo libro, credo che il disagio
di molti giovani nella società attuale sia il risultato di fattori sociali,
economici e culturali profondi. I dati parlano chiaro: nel Regno Unito,
dove vivo, i giovani oggi hanno più problemi di salute mentale di qualsiasi
altra fascia d’età, mentre vent’anni fa era l’opposto. La crisi che
attraversa Ezra non è un fenomeno isolato, ma il sintomo di disuguaglianze
economiche, incertezze sul futuro e pressioni sociali crescenti. Un
elemento centrale è la cosiddetta "emerging adulthood", una fase di
transizione prolungata verso l’età adulta resa incerta da percorsi educativi
più lunghi, ritardi nel matrimonio o nella genitorialità e instabilità
economica. A ciò si aggiungono cambiamenti sistemici e culturali: politiche
educative che enfatizzano il successo accademico e ore scolastiche più
lunghe riducono il tempo dedicato al gioco e alla sperimentazione, aumentando
stress e perfezionismo. I social media amplificano ulteriormente il
confronto sociale e le aspettative irrealistiche, accentuando ansia
e insicurezza. Penso che fin troppo spesso il disagio dei giovani venga
percepito come una debolezza individuale, quando invece è il riflesso
delle sfide e delle pressioni di una società che cambia troppo in fretta».
La società e le famiglie potrebbero intervenire, in qualche modo,
per evitare situazioni così complesse?
«Sì, penso che famiglie e società possano fare molto per aiutare i giovani
a affrontare le sfide della vita, ma serve un sostegno reale e attento,
non solo regole o consigli. È importante creare spazi in cui possano
fare scelte, imparare dai propri errori e sviluppare fiducia in se stessi
senza sentirsi giudicati. Hanno bisogno di sentirsi competenti, non
solo a scuola, ma anche nella vita di tutti i giorni, imparando a gestire
emozioni difficili, risolvere problemi e affrontare conflitti. E le
relazioni contano: sentirsi accolti e parte di qualcosa dà sicurezza
e un senso di appartenenza. Anche la società può intervenire creando
opportunità concrete, come attività nei quartieri, programmi di mentoring
o spazi dove i giovani possano esplorare, imparare e contribuire. In
questo modo, si costruiscono reti di supporto che permettono ai ragazzi
di crescere più sereni, con fiducia nelle proprie capacità e nelle proprie
relazioni. Se più giovani avessero la possibilità di sentirsi così accompagnati,
con relazioni solide e spazi per sperimentare, penso che molte delle
difficoltà che oggi affrontano potrebbero essere alleviate o affrontate
con maggiore serenità. In fondo, tutti abbiamo bisogno di sentirci visti,
ascoltati e liberi di crescere a modo nostro».
Quali emozioni lei, come scrittrice, ha voluto suscitare nei lettori?
«Le emozioni che ho voluto suscitare nei lettori cambiano insieme al
ritmo del romanzo, così come cambia lo stile della scrittura. Nel primo
capitolo, ad esempio, ho cercato di trasmettere un senso di claustrofobia,
di soffocamento e paura: per questo i paragrafi sono densi, i dialoghi
si intrecciano con la prosa, i pensieri si confondono con la realtà.
Altrove, invece, emergono emozioni più luminose, come la possibilità
di uscire dalla propria zona di comfort o la scoperta dell’amore. Non
volevo raccontare un solo sentimento, ma restituire la complessità emotiva
che ognuno di noi porta dentro di sé: uno spettro vastissimo, dove anche
dopo lunghi periodi dominati dal grigio può tornare, improvvisamente,
un tocco di colore. Questa non è soltanto una riflessione letteraria:
nasce anche dalla mia esperienza personale. Nel 2021 mi è stato diagnosticato
un disturbo bipolare di tipo II, e ho attraversato periodi molto bui,
da cui sembrava impossibile riemergere. Con l’aiuto di una professionista,
delle cure farmacologiche e con il sostegno di chi mi è vicino, le cose
sono migliorate. Forse il sole non brillerà mai come prima, ma ora riesco
a vederlo, e per me questo è già un passo avanti».
Secondo la nostra opinione, il suo romanzo è un'ottima opera di valore
culturale e sociale. Con quale spirito e con quali obiettivi lo ha scritto?
«Quando ho iniziato a scrivere "Rose di Sale", il mio obiettivo
era inizialmente molto personale, quasi egoista: avevo bisogno di una
valvola di sfogo per esprimere le mie emozioni e raccontare le mie esperienze,
senza espormi del tutto, nascondendole dietro personaggi e situazioni
di finzione. Con il tempo, però, il romanzo ha cambiato forma e significato.
È diventato una lettera: non più una richiesta d’aiuto, ma un messaggio
di vicinanza a chi, nella vita, si è sentito come me e come Ezra. Una
lettera che dice: “non sei solo, ci sono anch’io”. "Rose di Sale"
non vuole essere un trattato sulla depressione, né un manifesto sulla
salute mentale dei giovani o una denuncia sociale. Vuole essere, semplicemente,
una storia vera nella sua autenticità: una realtà personale ma allo
stesso tempo condivisibile. E se anche solo un lettore dovesse riconoscersi
in queste pagine e sentirsi meno solo, allora il libro avrà raggiunto
il suo scopo».
Potremo leggere presto un altro suo romanzo? Quali sono i suoi programmi
letterari per il futuro?
«Lo spero davvero. In questo momento mi sono immersa nella scrittura
di una storia che porto dentro da almeno un decennio. Negli anni ho
provato più volte a raccontarla, è cresciuta ed è cambiata insieme a
me, e ora sembra finalmente aver trovato una forma che mi convince.
So però che lungo il percorso incontrerò momenti di poca ispirazione,
frustrazione e quel famoso “blocco dello scrittore” che fa parte del
mestiere. Guardando più avanti, ho in mente altri progetti e idee: mi
piacerebbe esplorare generi diversi, come la fantascienza e il low fantasy.
Alcuni di questi concept mi accompagnano da tempo, anche se non sono
ancora completamente sviluppati. Inoltre, vorrei continuare a coltivare
la scrittura teatrale, dopo aver già portato in scena tre spettacoli
originali durante gli anni universitari. È un linguaggio che amo e che
credo possa affiancarsi alla narrativa in modo molto stimolante».
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